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(PUNTI DI VISTA)

  1. I PROFUGHI DELL'ACQUA
    di Mohamed Sid-Ahmed
  2. USA-IRAQ: TRE SCENARI, UN FALLIMENTO
    di Selim Malek

LA LOTTA EROICA E SOLITARIA DELLE DONNE ALGERINE
di Khalida Messaoudi*

Non bisogna mai dimenticare che da dodici anni le donne algerine hanno provato sulla loro carne che se il Codice di Famiglia le incatena, l'estremismo, l'integrismo, il FIS e le sue milizie le battono, le bruciano, le violentano, le perseguitano, le uccidono.

Ricordiamo, non dimentichiamo mai, coltiviamo la memoria poiché chi nutre la memoria ha le chiavi dell'avvenire, ricordiamoci che dal 1989 al 1992 dovunque nel nostro Paese, ad est come ad ovest a sud come a nord, le case delle donne vedove o divorziate venivano incendiate, i pensionati universitari per le ragazze erano sottoposti dai miliziani del FIS ad un vero e proprio coprifuoco a partire dalle ore 18,00, ricordiamo che il FIS era già armato di sciabole, di fruste e di catene di bicicletta; le donne dei quartieri popolari erano sottomesse a pressioni intollerabili.

In breve, con la parola e con gli atti il FIS e le sue milizie si proponevano di liquidare radicalmente con la violenza la schizofrenia che il regime del partito unico ha tentato d'imporci, e precisamente: il FIS ha dichiarato la democrazia eretica, la volontà popolare contraria a quella di Dio, lo Stato moderno empio e le donne, già eterne minorate nei loro diritti privati, non avranno per il FIS che un solo e sacro ruolo: quello di procreare il perfetto integrista di cui avrà bisogno il futuro stato integrista.

Ricordiamo, per rispetto delle vittime della violenza integrista,  che il terrore integrista in Algeria non è cominciato dopo il gennaio del 1992, ma prima: è cominciato sui corpi delle donne e su quelli dei soldati di leva. Si comprenderà così che il terrorismo integrista che ha attaccato l'Algeria, il suo popolo, i suoi beni e le sue Istituzioni a partire dal 1992 non è l'inizio di un fenomeno, ma il risultato di una gestazione mostruosa spinta al suo termine.

Dal 1992 al 1999 e nel 2000-2001, le donne del nostro paese hanno sopportato di tutto, subito di tutto da parte dei diversi bracci armati del FIS. Esse sono state uccise a colpi di fucile, sgozzate, decapitate, sventrate, esse sono state catturate come bottino di guerra e sono state saccheggiate dalle violenze di guerra che usano i gruppi islamismi armati nella loro strategia di terrore totale.

Decine di migliaia di donne sono state assassinate e circa tremila sono state violentate. Noi sappiamo che le donne vittime del terrorismo sono per la stragrande maggioranza di origine modesta, molto modesta.

Malgrado le bombe e le vetture esplose nei luoghi pubblici, malgrado le minacce di morte contro le donne lavoratrici e le studentesse, esse non hanno mai cessato di lavorare, di studiare, di fare semplicemente la spesa o di mandare i loro bambini a scuola, soprattutto da quando si sa che i gruppi islamismi armati hanno vietato, pena la morte, la scolarizzazione dei bambini dall'agosto 1994 e che più di 850 edifici scolastici e universitari sono stati distrutti.

Ed è così che la donna algerina semplice- perché è la donna algerina semplice che è divenuta l'eroina nel compimento di normali atti di vita durante cinque anni- e le donne in generale divengono il simbolo della resistenza al terrore integrista. E' così che in Algeria si organizzano, in modo pertinente e credibile, le lotte delle donne per i loro diritti e per la democrazia, cioè a dire che noi non abbiamo bisogno di alcuna lezione né dall'Oriente né dall'Occidente.

Semplicemente, la lotta che donne algerine conducono, questa formidabile resistenza al progetto teocratico, le donne algerine l'hanno condotta e l'assumono ancora oggi nella solitudine e nell'avversità; abbiamo condotto e conduciamo la nostra lotta nella solitudine, poiché ad eccezione di qualche voce in Europa, troppo solitaria essa stessa per non essere soffocata- penso particolarmente al giornale "Marianne" e a qualche intellettuale come Glucksmann e Bernard Henri Levy- non abbiamo mai visto una campagna degna di questo nome in favore delle donne algerine e della loro lotta, simili alle campagne politico-mediatiche in favore del FIS organizzate dai suoi alleati, che siano intellettuali, giornalisti o militanti politici.

Ma, dopo tutto, se la sorte delle iraniane, delle sudanesi e soprattutto delle afgane non ha molto commosso e scioccato il mondo cosiddetto "libero" per meritare azioni serie e significative, non c'è alcuna ragione, assolutamente alcuna, perché la sorte delle Algerine potesse sfuggire alla regola. La nostra lotta solitaria si fa anche nell'avversità.

Siamo rimaste scioccate per il clima di avversità organizzata contro di noi in Europa e segnatamente in Francia dagli alleati europei del progetto teocratico e dei suoi bracci armati.

Dopo il 1995, una coalizione di militanti europei deviazionisti di sinistra e di estrema sinistra tenta d'imporci, mediante pressioni di ogni tipo, ciò che essi chiamano "una soluzione politica" contenuta negli accordi di S.Egidio che punta infatti, perché non siamo ritardati mentali, ad imporci il FIS dalla finestra visto che è uscito dalla porta principale, a imporre un potere, cioè a dire uno stato teocratico col suo seguito di malanni programmati contro le donne. Noi siamo, d'altra parte, più indignate poichè questi militanti europei di sinistra e di estrema sinistra si sono mobilitati mirabilmente, si mirabilmente e a giusto titolo contro Le Pen in Francia e Haider in Austria...

Come possiamo comprendere che la stessa gente, gli stessi giornalisti, gli stessi intellettuali, gli stessi militanti di sinistra rifiutano il fascismo e i partiti fascisti per l'Europa e li sostengono per l'Algeria? Vuol dire che il fascismo è più sopportabile dai tipi riccioluti e scuri di pelle come noi?

Noi siamo indignate poiché si tratta di una vera guerra politico-mediatica contro le donne e contro il progetto democratico in Algeria.

*Khalida Messaoudi è una fra le principali dirigenti del Movimento democratico delle donne algerine. L'articolo è stato tratto dal discorso da lei pronunciato, l'8 marzo 2001, all'Assemblea nazionale dove siede quale Presidente del gruppo parlamentare del RCD.

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I PROFUGHI DELL'ACQUA
di Mohamed Sid-Ahmed

In questo articolo, pubblicato sul settimanale egiziano "Hebdo Al Ahram" (11 aprile 01), Mohamed Sid Ahmed affronta uno dei temi più scottanti del Medio Oriente e in generale dei paesi della riva sud del Mediterraneo: la cronica carenza delle risorse idriche e le conseguenze cui si potrà andare incontro nei prossimi anni.

"Secondo uno studio dell'Agenzia Tervande per l'aiuto e lo sviluppo pubblicato in occasione della Giornata internazionale dell'acqua, un grave problema di acqua potabile si porrà nel prossimo avvenire. L'agenzia, con sede in Gran Bretagna, mete in guardia contro il fatto che i due terzi degli abitanti del pianeta potranno soffrire una penuria da qui al 2025. E si rischia di vedere comparire i "rifugiati dell'acqua", ovvero milioni di uomini che saranno costretti a lasciare il loro paese alla ricerca di acqua potabile. E ciò, nel momento in cui i paesi sviluppati tentano di promulgare leggi per limitare l'afflusso di rifugiati che scappano dalle guerre e da condizioni economiche tristi dei loro paesi sottosviluppati.

Lo studio sottolinea che la quantità d'acqua nel mondo non può più coprire i bisogni crescenti dei popoli tanto più che, dal 1990 al 1995, il consumo si è moltiplicato per 6.

Questo superconsumo è dovuto - secondo lo studio- alla crescita demografica, all'uso eccessivo dell'acqua in agricoltura e all'aggravamento dell'effetto serra che porta all'aumento dell'evaporazione, all'ampliamento delle zone esposte ai pericoli di desertificazione e all'aggravamento del pericolo di fusione dei ghiacciai ai due poli.

Nello stesso tempo, l'ONU, che ha scelto di celebrare quest'anno la Giornata internazionale dell'acqua con il motto "l'acqua e la salute", ha dichiarato che più di un miliardo di uomini consumano acqua non potabile e che ogni anno 3,4 milioni d'individui muoiono a causa di malattie provocate da acqua inquinata.

L'Onu ha, inoltre, messo in guardia contro il fatto che le zone le cui risorse idriche sono poco numerose e sul punto di esaurirsi possono essere soggette a conflitti. Tanto più che un terzo dei grandi fiumi e laghi del mondo appartengono a più paesi.

Senza dimenticare che l'acqua non è ripartita in maniera eguale. 24 Stati ricchi di acque (fra cui: Brasile, Canada, Colombia, USA, India, Indonesia, Russia e U.E.) detengono i due terzi delle risorse idriche mondiali.

D'altra parte, le Nazioni Unite aggiungono che la cattiva utilizzazione dei fiumi e delle acque sotterranee, l'inquinamento, lo sperpero, la crescita demografica e la crescita disordinata delle città trasformeranno l'attuale scarsità dell'acqua ( meno di 1000 m2 annui per individuo) che interessa 250 milioni di uomini in 26 Paesi in una "sete enorme" che toccherà i due terzi degli abitanti del pianeta da qui al 2025.

Bisogna attendersi che la quantità d'acqua consumata nell'agroalimentare aumenterà almeno del 50% a causa della crescita demografica.

Lo studio dell'Agenzia Tervande mette in guardia contro il fatto che la regressione delle risorse idriche minaccia di fare cadere la produzione agro-alimentare del 10% . Tutto ciò rischia di provocare un aumento dei prezzi dei prodotti alimentare e minaccia di fame 1,3 miliardi di persone, le più sfavorite del mondo il cui reddito pro capite non supera 1 dollaro per giorno.

Ma tutto ciò non sembra preoccupare il nuovo presidente americano Gorge W. Bush, capo della più grande potenza, quella che inquina di più il nostro pianeta. Bush ha rifiutato di promulgare una legge per limitare le emissioni di anidride carbonica. Ciò comporterà il surriscaldamento della temperatura di tutta la terra e non soltanto quella dei cieli degli USA, potrà provocare lo scioglimento dei ghiacci dei due poli e l'innalzamento del livello dei mari e degli oceani.

Le cause che portano all'emigrazione sono divenute molteplici. E abbiamo visto come l'emigrazione dei sionisti in Palestina ha fatto scoppiare uno dei conflitti più pericolosi del XX secolo. Il deterioramento della situazione delle risorse idriche avrà conseguenze pericolose sulla pace sulla scala mondiale e araba.

Di fatto, i Paesi arabi che contano grandi zone desertiche sono in prima linea. Solo Israele ha assunto misure per evitare gli effetti della penuria di acqua. Bisogna, dunque, dispiegare sforzi eccezionali per giungere a trovare nuovi mezzi per dissalare, a basso costo, l'acqua del mare. Questo è quello che tenta di fare Israele per assicurarsi la supremazia in questo campo sia sul piano commerciale che su quello politico e della sicurezza.

Lo Stato ebraico non solo cerca di risolvere i suoi problemi in questo campo in maniera diretta, mediante la ridistribuzione delle risorse in acqua al fine di evitare le conseguenze della scarsità, ma si appresta a sviluppare un'industria che gli assicuri una supremazia nella regione.

Questa supremazia rappresenta un enorme pericolo, visti i conflitti che potranno derivare dalla penuria d'acqua. Così il conflitto arabo-israeliano prenderà nuove dimensioni. Esso supererà le frontiere della Palestina e dei suoi vicini per toccare in modo concreto e non esclusivamente spirituale il cuore stesso del nazionalismo arabo.

Ciò creerà nuove problematiche. Allora, invece di farci coinvolgere in queste nuove sfide, è tempo di lanciarci nei progetti di dissalazione dell'acqua.

Come si è fatto con i progetti d'unificazione delle reti elettriche arabe e quelli concernenti i pipelines. Tutto ciò è in armonia con lo spirito dell'ultimo summit arabo che ha invitato a creare sistemi di reti suscettibili a collegare fra loro i paesi arabi. Si tratta di uno sforzo capace non soltanto di detronizzare Israele nel campo della dissalazione dell'acqua, ma che potrà anche contribuire efficacemente a ricostruire la nostra unità.

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ISRAELE, UN GOVERNO INQUIETANTE
(di Dominique Vidal in "Le Monde Diplomatique", 8/3/2001)

Con questo articolo (di cui pubblichiamo alcuni brani) l'editorialista del prestigioso mensile francese mette in rilievo le preoccupazioni suscitate nell'opinione pubblica, non solo araba, a seguito della costituzione del governo israeliano di "unità nazionale"presieduto dal leader del Likud, Ariel Sharon.

Quello che la Knesset ha votato il 7 marzo 2001 è un governo senza precedenti nella storia d'Israele. Mai una compagine ministeriale aveva contato tanti membri: ventisei ministri e dodici viceministri. Questa inflazione dimostra il prezzo che il primo ministro Ariel Sharon ha dovuto pagare per associare l'essenziale della classe politica alla sua impresa.

Di fatto, ad eccezione dei partiti arabi, del partito sionista di sinistra Meretz, del Partito nazionale religioso e del movimento giudeo orientale Gesher, nessuno è assente. Un'altra novità: mai i laburisti avevano accettato di stare a potere a fianco dell'estrema destra, di cui uno dei dirigenti, il generale Zeevi, propone il "trasferimento" dei Palestinesi, e l'altro, Avigdor Lieberman, ha recentemente minacciato di "bombardare Teheran e la diga di Assuan."

Ma ancor più inquietante è il programma di questa coalizione.La linea negoziata tra il Likud e il Partito laburista ha fatto tabula rasa delle conquiste dei negoziati precedenti e volta le spalle all'idea stessa dell'accordo definitivo. Rifiutando ogni concessione su un nuovo ritiro dell'esercito israeliano come su Gerusalemme e sui rifugiati, essa pretende infatti d'imporre ai palestinesi lo status quo attuale.

Sette anni d'autonomia palestinese si chiudono con un bilancio dei più magri per i Palestinesi. Contrariamente agli impegni assunti dallo Stato ebraico, l'Autorità palestinese controlla in piena sovranità meno del 20% dei territori occupati nel 1967- la proporzione aumenta al 42% si si aggiungono le zone di cui essa condivide la sovranità con Israele.

Per giunta, ciascuno di questi isolotti  è separato dagli altri dalle strade di servizio delle colonie ebraiche. Poiché la colonizzazione della Cisgiordania è quasi raddoppiata dopo il 1993. Quanto all'economia palestinese, ancor prima dell'Intifada e del blocco, non è stata in grado di assicurare una vita degna a tre milioni di abitanti...

Il 6 febbraio la vittoria clamorosa- favorita dall'astensione massiccia- di Sharon su Barak. Certo, le paure ridestate dall'Intifada palestinese negli israeliani e la priorità da questi data alla sicurezza hanno influito molto sul risultato elettorale. Così come, il ripetuto fallimento dei negoziati con la Siria come con i Palestinesi hanno provocato nell'opinione pubblica una brutale disillusione.

Tuttavia non è corretto interpretare il voto degli israeliani come un rifiuto di ogni prospettiva di pace: i sondaggi realizzati alla vigilia dell'elezione confermavano che circa i ¾ dei cittadini speravano sempre in un accordo di pace, e accordavano a Shimon Peres, se avesse sostituito Barak, delle possibilità di vittoria...

Accettando, finalmente di partecipare (al governo n.d.r.), i laburisti si sono assunti una tripla e pesante responsabilità. Da una parte, rischiano di servire da copertura alla politica di forza verso i Palestinesi come richiesto dai comandi dell'esercito, gli attentati in Israele forniscono il pretesto di un aggravamento della repressione, che potrà mirare, questa volta, contro la stessa Autorità palestinese. Dall'altra parte, essi impediscono il rinnovamento del proprio partito e il rilancio del movimento pacifista. Infine, essendo alleati della destra e dell'estrema destra, fanno pressione, in nome del "unità nazionale israeliana", sui governi stranieri per tentare di allontanare ogni forma d'internazionalizzazione del conflitto.

In breve, la compagine di Sharon rappresenta un governo pericoloso in una situazione pericolosa.

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USA-IRAQ: TRE SCENARI, UN FALLIMENTO
(di Selim Malek in "La nouvel Afrique-Asie", aprile 2001)

Gli strateghi americani propendono attualmente su tre scenari che devono guidare la nuova politica di Gorge W. Bush nei confronti di Saddam Hussein. Se l'obiettivo finale resta praticamente lo stesso- la destabilizzazione, ovvero il rovesciamento del regime iracheno- i mezzi potranno cambiare.  Sulla base d'informazioni attinte presso le migliori fonti americane, siamo in grado di svelare questi scenari che Bush junior sta affinando con i suoi principali collaboratori, il vicepresidente Dick Cheney, il capo del Pentagono Donald Rumsfeld, il segretario di Stato Colin Powel e la nuova direttrice del Consiglio nazionale di sicurezza, Condoleeza Rice.

Primo Scenario.

Benché abbiano severemante criticato la politica condotta da Bill Clinton verso l'Iraq, qualificata di "fiasco", gli autori di questo scenario non sembrano affatto volerne modificare l'approccio generale.

Inviando, il 16 febbraio scorso, i loro aerei a bombardare i dintorni di Bagdad, i governi di Washington e Londra non hanno dimostrato grande immaginazione.

Al contrario, l'Iraq ha potuto sfruttare le conseguenze disastrose dei bombardamenti nel momento preciso in cui naufragava il processo di pace israelo-palestinese con la sconfitta della coalizione di Barak e l'elezione a Primo ministro di Ariel Sharon, responsabile dei massacri di Sabra e Chatila.

Un disastro di cui il segretario di Stato americano non ha che potuto misurare l'ampiezza, anche se si è dichiarato "sorpreso" della rabbia araba contro questi bombardamenti. A causa dell'incoerenza della loro politica, gli USA erano in effetti riusciti a provocare l'emergere di un fronte antiamericano da Casablanca ad Aden, a cui si sono uniti i loro più docili alleati, ad eccezione del Kuwait.

Secondo Scenario.

Inaugurare un nuovo approccio che consisterà nel dare l'impressione di alleggerire le sanzioni mantenendo il sequestro delle finanze dell'Iraq. Si tratterà di rimpiazzare queste sanzioni con altre, dette "intelligenti" che, secondo i commenti ironici di taluni diplomatici presso la sede dell'Onu, equivale implicitamente a riconoscere che quelle fin qui messe in atto erano stupide!

Le modifiche previste da questo piano permetteranno a Washington di dire che ha tenuto conto dei gravi problemi umanitari che le sanzioni causano alla popolazione civile: centinaia di migliaia di persone vittime della malnutrizione, della fame e della mancanza di medicinali.

In contropartita dell'abbandono degli aspetti più ripugnanti dell'embargo, Washington spera d'indurre i suoi alleati a fare pressioni su Bagdad affinché accetti il ritorno della commissione incaricata d'ispezionare il disarmo iracheno che l'Onu aveva ritirato dal paese alla vigilia dell'operazione Renard del deserto nel 1998.

In termini più chiari, ci dice uno specialista del Pentagono a Washington, queste sanzioni "intelligenti" rimpiazzeranno la politica di contenimento dell'Iraq con quella del contenimento di Saddam Hussein. Washington potrà riprendere una certa forma di cooperazione economica e commerciale con l'Iraq (attualmente quantità non trascurabili di petrolio iracheno scorrono sul mercato americano), indurendo la sua politica verso i principali dirigenti del Baas, alcuni dei quali, se dovessero lasciare il paese, saranno accusati e perseguiti di crimini contro l'umanità.

Terzo Scenario.

Questo è lo scenario catastrofico. Quello che raccomandano gli ultras di Washington come Dick Cheney, Rumsfeld e Condoleeza Rice. Essi partono dal principio che i due scenari precedenti non destabilizzeranno il regime di Saddam Hussein. Per loro, solo l'eliminazione di questo regime- mediante sanzioni ancora più drastiche o con la forza- può mettere fine alla "minaccia irachena" contro gli interessi vitali americani nel mondo arabo-islamico.

Presto o tardi, pensano questi falchi, Saddam Hussein potrà avere le armi che vuole e minacciare certi suoi vicini, soprattutto se gli si consente di sfruttare e commercializzare liberamente gli immensi giacimenti di petrolio del suo paese. Ed è per questo- secondo loro- che la missione di Gorge W. Bush è quella di completare con la forza militare ciò che suo padre ha cominciato nel 1991.

Saddam Hussein vorrà prendersi la sua rivincita sugli Stati Uniti e su alcuni di quelli che si erano allineati a questi. Tenterà dunque di acquisire lentamente ma sicuramente le armi sofisticate e biologiche di cui ha bisogno per attuare le sue minacce. Secondo loro, divenire il capo incontestato della regione, blandendo la Siria e certe potenti monarchie petrolifere è sempre il suo obiettivo e lo resterà. Pensare di coesistere con lui è pura utopia.

"L'eliminazione di questo regime- dicono- dovrà essere il nostro obiettivo principale, unico. Anche al prezzo di un'operazione militare. Se non la regione, che è già una vera polveriera, esploderà. E i nostri interessi vitali con essa."

Questo scenario non si è potuto concretizzare nel momento in cui il generale Powel schierava di fronte all'esercito iracheno ben 700 mila uomini di una trentina di eserciti, non si vede dove il diplomatico Powel, che oggi non dispone più delle divisioni delle grandi potenze e delle monarchie suppletive, potrà trovare le risorse necessarie per eliminare il padrone di Bagdad.


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Numero 12
maggio 2001











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